Fiesta di San Gil tra musica, SANTI e balli.

Erano ormai due mesi che stavo a Santiago del Estero e sapevo che quella data si stava avvicinando.

Non era una novità quello che mi aveva risvegliato quella canzone, faceva parte di tutte quelle stranezze e familiarità che ho incontrato studiando il folklore argentino. Ovvero canzoni, o frasi di canzoni, che fin dalla prima volta che ascoltavo mi risvegliavano una memoria ancestrale, qualcosa che il mio corpo (o forse non il corpo) ha registrato nel suo passato e che mi riportava nel mio presente.

Ya se escucha en lontananza

El gemido de un violín

Con sus notas va llamando

Al promesante a cumplir

Mi immaginavo i cavalli nell’oscurità, dei violini molto deboli ma dei bombos potenti che segnavano il passo della processione, il senso di fame mentre vedevo albeggiare sul monte Santiagueño…

Ma questo è il sogno ..Torniamo alla realtà!

Ogni volta che ascoltavo quel famoso escondido scritto da don Carlos Carabajal mi dicevo che prima o poi avrei visto una di quelle manifestazioni in cui il “sacro” si unisce al “profano”, in cui la nostra idea di religione rigida e austera incontra la musica e la danza come forma di spiritualità.

Il 1 settembre nella provincia di Santiago del Estero si festeggia San Gil, la sua storia, come buona parte delle manifestazioni intrise di religione cristiana, inizia in Europa.

Si narra che San Egidio, San Gil, fosse di origine greca e che si fosse spostato nella zona di Marsiglia, in Francia, dopo aver ereditato una grande fortuna, era conosciuto per la sua generosità e bontà. In Francia ha costruito un monastero e con il tempo la fede a San Gil passò dalla Francia alla Spagna e da lì di conseguenza all’America Latina.

E’ considerato il patrono dei mendicanti, dei pastori e dei malati di cancro.

Ma come arriva San Gil a Santiago del Estero? O meglio nella località di Sacha Pozo, che sono due case nel monte Santiagueño?

La storia tramandata oralmente dalla famiglia Hoyos de Cobacho, che attualmente possiede l’immagine del santo, dice che la stessa fu consegnata a Crisostomo Hoyos da parte di un eremita chiamato Juan Gil Gutierrez che per un tempo ha vissuto nella località di Sacha Pozo, e che prima di ripartire nel suo pellegrinaggio ha sentito che quello era il posto giusto per lasciare l’immagine di San Gil. Da quel momento ogni nuova generazione della famiglia ha il compito di celebrare la ricorrenza del santo.

Ecco cosa è successo quel giorno…

Sono partita presto quella mattina, c’era molto traffico per la strada e si vedeva di tutto, macchine con 7-8 persone, camioncini carichi di fedeli e di bombos, sulki, moto cariche come asinelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scesa dalla macchina mi ritrovai in mezzo al nulla, o meglio monte Santiagueño, ma pieno, pienissimo di persone, non si capiva bene da che parte andare ma vedendo la folla che prendeva una direzione io mi sono inglobata ad essa. Avremo camminato per circa un chilometro quando mi ritrovai in una fila per l’entrata alla cappella, dall’interno si sentivano risuonare canti quasi urlati e repiques di bombos, forti, fortissimi, accompagnati da urla finali.

Finalmente riesco a entrare, la cappella è piccola, il sole filtrava e riflettendosi su fiori e nastri tingeva tutto di una luce rosa e rossa, anch’io con il mio bombo a spalla ho reso omaggio alla statua del santo, migliaia e migliaia di persone la toccavano portandosi la mano alla bocca, io stessa ho ripetuto il gesto… nel 2017 eravamo ancora in epoca non sospetta da Covid.

Mentre stavo uscendo una signora si era accorta che probabilmente non era una “sangilera” mi prende per mano e inizia a parlarmi, mi fa molte domande e ad ogni mia risposta il suo sorriso si faceva più grande. Mi porta nel retro della cappella, dove arrivavano tutte le promesse e i pegni al santo, una stanza piena di foto, di oggetti, di fiori e giusto in quel momento dalla finestrella delle offerte la signora riceve un oggetto molto particolare, glielo aveva lasciato un ex combattente delle guerra delle Malvinas, era la sua medaglia d’oro al valore militare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giusto il tempo di fare qualche foto e quella stessa signore mi riprende per mano, usciamo dalla cappella, attraversiamo un piccolo cortile chiuso e mi ritrovo all’interno di una casa, pavimento di piastrelle nere tipo veneziana, il colore dalle pareti era tutto scrostato, dal fondo arrivava un profumo di ripieno di empanadas spettacolare. Arriva un’altra signora che mi fa sedere su un divano sfondato dai secoli, mi porta un piattino con due empanadas ed un bicchiere di aranciata, sembrava di stare in attesa, in attesa di qualcuno. Ed ecco infatti, dopo dieci minuti una signora compare da un corridoio, avrà avuto circa ottant’anni, magra, capelli cotonati, labbra rosa ed un sorriso così grande che le copriva tutto il volto scarno. Mi fa cenno di sedere accanto a lei, ha poca voce quindi parliamo come sussurrandoci all’orecchio. Mi tiene le mani, ha delle mani caldissime e morbide ed ogni volta che pronunciava una parola per lei importante me le stringeva. Mi ha fatto tornare in mente quando mia nonna mi teneva per mano quando andavamo in strada, all’avvicinarsi di una macchina mi stringeva così forte quasi da farmi male.

Sussurrando mi ha raccontato tutta la storia di San Gil, di quel pellegrino che aveva lasciato l’immagine del santo alla sua famiglia, di lei che ne è l’attuale detentrice e che di li a poco la lascerà a sua figlia, perché, come dice lei: “Le donne sanno cosa si deve fare”.

Quella chiacchierata con la dolce signora è un ricordo che tengo li sospeso come qualcosa fuori dal tempo, non ricordo quanto sia durato ma sì ricordo che improvvisamente la signora della cappella mi ha fatto uscire velocemente dicendomi: “Corri, non vorrai perderti la messa e la processione!”

In effetti non erano cose da perdere, una messa nel bel mezzo di un campo, un altare costruito sotto una lamiera, canti biblici sostituiti dal famoso “escondido” e l’organo sostituito dai bombos..

No! Quella messa non era proprio da perdere, nemmeno la processione!!

Un santo scortato dalla polizia in tenuta anti sommossa, donne che cantavano o meglio urlavano le loro promesse al santo, persone che sgomitavano per poter toccare il santo, polizia in moto cross per fare largo al percorso della processione, cavalli innervositi dalla folla tenuti a bada da adolescenti con il classico poncho rosso del promesante, terra, tanta terra rossa che ti entrava nelle narici, negli occhi, tra i denti, un sole rosso del tramonto che non ti faceva vedere nulla.

Sono passate le ore come in un luogo sospeso tra cielo e terra, tra realtà e spiritualità, era già l’imbrunire e di li a poco avrei preso una delle tante auto che ritornavano verso i centri abitati.

Ad oggi, credo sia stato uno dei giorni più mistici della mia vita, quel sogno, che vedevo quando ascoltavo la canzone, era solo un piccolo assaggio di quanto vissuto quel giorno.

Nel video che segue ho cercato di condensare in due minuti quella giornata.

 

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